BOSNIA ED ERZEGOVINA, DOVE LE QUESTIONI SOCIALI TRAVOLGONO IL CALCIO

Come la delicatissima situazione sociale che da sempre coinvolge la Bosnia ha avuto e continua ad avere una pesante influenza sul calcio

Sportivamente parlando, da qualche mese a questa parte, la Bosnia non evoca grandi ricordi in Italia. La mancata qualificazione ai mondiali proprio per mano di Dzeko e compagni è ancora una ferita aperta, e probabilmente è destinata a rimanerlo per almeno altri 4 anni. 

Al contrario, per i balcanici è plausibile che gli Azzurri restino per sempre nelle loro memorie calcistiche. Sicuramente per il match di Zenica della primavera scorsa, che ha consegnato loro un’inaspettata qualificazione ai mondiali, la seconda della loro storia. Ma soprattutto per quella partita amichevole nell’ormai lontano novembre 1996: a Sarajevo la nazionale bosniaca scende in campo per la prima volta dopo la feroce guerra che ha interessato il Paese, e gli avversari sono proprio gli azzurri di Arrigo Sacchi, reduci dalla deludente campagna di Euro ’96. La Nazionale italiana dunque si presta a quest’amichevole tanto inutile dal punto di vista sportivo quanto simbolica per la popolazione locale, che vuole compiere un primo passo verso il ritorno alla normalità dopo le vicende che hanno coinvolto l’intera area balcanica sul finire del secondo millennio. 

UN PO’ DI CENNI STORICI

Riassumere in poche righe la guerra dei Balcani non è cosa semplice, ma descrivere il contesto bosniaco è utile per capire le dinamiche che negli anni hanno avuto notevoli risvolti sul calcio. 

La caduta della Jugoslavia ad inizio degli anni ’90, ha innescato lo spirito nazionalista dei molteplici popoli che la componevano, che nel tempo si è concretizzato nella nascita di sette nuovi Stati, che hanno proclamato la loro indipendenza. 

La Bosnia era uno di questi, ma la transizione da repubblica federale jugoslava a stato autonomo fu parecchio travagliata. Al contrario delle altre repubbliche federali, che al loro interno avevano un’etnia predominante, la Bosnia aveva un popolo multietnico: nel suo territorio convivevano la maggioranza dei bosgnacchi (musulmani), serbi (ortodossi) e una minoranza di croati (cattolici). La dissoluzione del regno di Jugoslavia diede il via ad una vera e propria escalation di violenze tra le varie etnie.

Il conflitto fu tra bosgnacchi e serbi, con i croati che invece assunsero una sorta di posizione trasversale, spalleggiando prima gli uni poi gli altri ed infine di nuovo i primi. 

Il teatro principale fu la capitale Sarajevo, per quasi quattro anni assediata dai serbi, che tra bombardamenti, cecchini e, purtroppo, tanto altro, commisero dei gravissimi crimini contro l’umanità, arrivando a compiere un vero e proprio genocidio. 

La fine delle ostilità fu sancita dagli Accordi di Dayton (USA) nel 1995. Venne creato uno stato unico, la Bosnia ed Erzegovina, che però al suo interno conservava due entità distinte: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza bosgnacca e croata) e la Repubblica Serba di Bosnia (ovviamente a maggioranza serba). Ma ancor più delicato fu il sistema per la presidenza del Paese: non venne istituita un’unica figura presidenziale, ma ben tre, ciascuno per ogni etnia presente, che costituiscono una presidenza collegiale in cui a rotazione ognuno diventa per un preciso periodo di tempo (8 mesi) il presidente di turno. Nell’arco del mandato quadriennale dunque ogni presidente ricopriva il ruolo più importante due volte non continuative. Inoltre, i presidenti godono di un potente diritto di veto. Questo stesso sistema viene utilizzato anche nel Parlamento. 

Pare superfluo sottolineare che la spaccatura tra le etnie non sia mai stata sanata del tutto, con altrettanto ovvie conseguenze negative sulla politica. 

IL SISTEMA TRIPARTITO ANCHE NEL CALCIO

La difficile convivenza multietnica ha causato parecchi grattacapi anche al calcio.

Fino al 2011, la presidenza della federazione bosniaca era regolata con lo stesso principio utilizzato a livello statale: la tripartizione. Anche in questo caso, durante i quattro anni di mandato, si alternavano un presidente bosgnacco, un croato ed un serbo. A differenza di quanto accade nella presidenza dello Stato, ogni presidente rimaneva alla guida per 16 mesi ininterrottamente.

 Questa “convivenza presidenziale” era parecchio difficile, ed ha portato sostanzialmente ad un blocco quasi totale della crescita del movimento calcistico, per diversi motivi. In primis il diritto di veto che aveva ogni presidente: quando c’era da prendere decisioni importanti, bisognava essere d’accordo all’unanimità. La diversa visione del calcio e soprattutto i diversi interessi in gioco che avevano i presidenti rendevano molto complesso il raggiungimento di un accordo, portando a decisioni che privilegiavano per lo più il bilanciamento politico anziché le reali necessità sportive. Così come all’interno della Federazione i posti di lavoro erano ripartiti in quote più o meno uguali tra le etnie, anche qui con lo scopo di contrappesare le parti in gioco invece di dare priorità alle competenze del personale.  Questo equilibrio precario aumentava la permeabilità alla corruzione, che si infiltrava con facilità nei ranghi federali. Sponsor, partner e investitori invece preferivano rimanere alla larga, lasciando di fatto il calcio locale senza fondi. Allo stesso modo, i calciatori nati in Bosnia ma di origini serbe o croate, non vedevano di buon occhio la Nazionale bosniaca, e prediligevano la convocazione per la Serbia o la Croazia, riducendo notevolmente il bacino di giocatori da cui il commissario tecnico della Bosnia poteva attingere. 

LA SVOLTA DEL 2011

La situazione era diventata ai limiti dell’insostenibile, tant’è che FIFA e UEFA dovettero intervenire. Le ripetute richieste di allinearsi ai regolamenti internazionali, che imponevano la presenza di un unico presidente federale, venivano costantemente ignorate dalla federazione bosniaca. FIFA e UEFA allora optarono per il pugno duro, e il 1° aprile 2011 decisero di sospendere la Bosnia ed Erzegovina dal calcio internazionale, fino a che la situazione non sarebbe cambiata. 

Venne così istituto il Comitato di Normalizzazione, con a capo l’allenatore ed ex calciatore jugoslavo Ivica Osim, figura di spessore del calcio balcanico e che godeva di grande rispetto da parte di tutte le etnie. Osim ebbe il difficile compito di mediare tra le tre parti in causa, ma nel giro di poco riuscì a convincerli che il protrarsi della squalifica avrebbe bruciato un’intera generazione di calciatori, di cui facevano parte tra gli altri Edin Dzeko e Miralem Pjanic. Dopo poche settimane venne approvato il nuovo statuto federale che prevedeva un unico presidente, e alla fine del mese di maggio 2011 FIFA e UEFA revocarono il provvedimento di sospensione. 

Nel dicembre 2012 si tennero le elezioni per il ruolo di presidente unico federale, il primo nella storia del calcio bosniaco, e la scelta dei votanti ricadde su Elvedin Begić. 

IL SOGNO CHE DIVENTÒ REALTA

Durante la fase di mediazione, Ivica Osim fu parecchio lungimirante nell’intuire che quella generazione di calciatori avrebbe potuto regalare alla nazionale bosniaca traguardi storici. 

Nel 2012 l’impresa venne solo sfiorata: la Bosnia mancò per un soffio la qualificazione ad Euro 2012, perdendo gli spareggi con il Portogallo dopo essere arrivata seconda nel proprio girone, ad un solo punto di distanza dalla Francia. Ma per gioire bastò attendere il biennio successivo. Nelle qualificazioni ai Mondiali brasiliani del 2014, la Bosnia-Erzegovina fu protagonista di una vera e propria cavalcata trionfale: 25 punti in 10 partite garantirono il primo posto nel raggruppamento e la prima storica partecipazione al campionato mondiale di calcio. 

In Brasile Dzeko e compagni vengono inseriti nel gruppo F, assieme ad Argentina, Nigeria ed Iran. La sconfitta contro l’Albiceleste prima e contro i campioni d’Africa in carica poi, spensero prematuramente i sogni di gloria della Bosnia, che però si tolse la soddisfazione della vittoria all’ultima giornata, battendo l’Iran per 3-1.

Negli anni successivi la Bosnia-Erzegovina è andata più volte vicina alla qualificazione ai tornei internazionali, fino al secondo mondiale raggiunto nell’anno corrente.  Paradossalmente, è arrivato prima il bis mondiale invece che la partecipazione ad un Europeo, che prevede un format di qualificazioni più abbordabile. 

QUANDO IL TIFO SI MISCHIA CON LE QUESTIONI SOCIALI: IL DERBY DI MOSTAR

Non solo a livello federale: la spinosa situazione etnica ha risvolti anche alla base del calcio, nel tifo. Protagonista ad hoc è la città di Mostar, dove hanno sede due squadre che danno vita ad uno dei derby più sentiti d’Europa. Da una parte lo Zrinjski Mostar, club più antico del Paese e prima squadra bosniaca a qualificarsi ad una competizione europea (Conference League 2023/24). Dall’altra il Velež Mostar, che prende il nome dal monte che si affaccia sulla città.

Fin qui sembrerebbe una normale stracittadina come tante, ma ecco che entra in gioco il fattore etnico-religioso. Lo Zrinjski è storicamente il club dei croati, cattolici, mentre il Velež è supportato principalmente dai bosgnacchi, di fede musulmana. A questo si aggiunge anche uno stadio conteso: lo Stadio pod Bijelim Brijegom. L’impianto cittadino è stato la casa del Velež dalla sua inaugurazione nel 1958 fino agli anni ’90, quando durante la fase di guerra tra bosgnacchi e croati quest’ultimi occuparono la struttura per scopi militari, sottraendolo con la forza al Velež. Al termine del conflitto, l’amministrazione cittadina ha assegnato l’uso dello stadio allo Zrinjski, costringendo il Velež a costruire un nuovo impianto. La ferita è ancora aperta, con i tifosi dello Zrinjski che celebrano la legittimità dell’ottenimento dello stadio, e i tifosi del Velež che non hanno ancora per nulla digerito lo “scippo”. 

IL FUTURO

È difficile fare una previsione sul futuro del calcio bosniaco. Se una crescita esponenziale del campionato locale sembra piuttosto improbabile, il vero enigma riguarda la Nazionale. 

A causa della guerra, tante famiglie del posto sono fuggite all’estero, per cui molti calciatori dell’attuale nazionale sono nati e/o cresciuti in altri paesi. La Federazione Bosniaca da tempo sta effettuando una vera e propria campagna di scouting per trovare calciatori con il doppio passaporto e convincerli ad indossare la casacca della nazionale del proprio paese d’origine anziché di quello in cui sono cresciuti. In questo momento storico, la Nazionale bosniaca è di discreto livello, e dopo la qualificazione al mondiale non ci sarebbe da stupirsi nel vederla anche ad Euro 2028. 

Se con buona probabilità inevitabili motivi anagrafici non permetteranno a Dzeko di essere presente, il CT Barbarez potrà comunque contare sull’esperto Ermedin Demirovic, che nel pieno della sua maturità calcistica molto bene sta facendo in Bundesliga. Dietro di lui, un gruppetto di giovani interessanti: Muharemovic, Bajraktarevic, ma soprattutto il classe 2007 Kerim Alajbegovic, che ha tutte le carte in regola per diventare la stella della nazionale per la prossima quindicina d’anni.

Insomma, ad oggi c’è del talento, ma il futuro dipenderà dalle abilità di persuasione dei dirigenti federali, che dovranno essere convincenti nel proporre la maglia della nazionale bosniaca ai figli degli emigrati sparsi per il mondo.