AUSTRALIA, IL CALCIO ALLA CONQUISTA DEGLI AUSSIE

Come il pallone che rotola sta lentamente trovando spazio nelle passioni del popolo. Tra le strategie federali e l’influenza delle migrazioni il calcio è arrivato anche laggiù.

Se quest’estate mentre siete in vacanza vi imbattete in qualche australiano, non sognatevi di andare con un Super Santos in mano a dirgli: “Let’s play football”. Rischiate un incidente diplomatico. Già, perchè in Australia il football è sacro, e non è il calcio. È il football australiano, o “Aussie Rules” (proprio perché le regole se le sono fatte loro), sport con palla ovale che si può sintetizzare come un mix tra calcio, rugby e un pizzico di basket. Se volete giocare a calcio con il vostro nuovo amico australiano, dovete parlargli di “soccer”. E se chiedete “do you like soccer?”, con buona probabilità la risposta inizierà con “Yeah, but…” Sì, il calcio piace e si gioca anche a quelle latitudini, ma almeno per il momento rimane sotto al football australiano, al rugby e al cricket. Soprattutto per quanto riguarda l’intrattenimento. In TV trovano di gran lunga più interessante una partita dove c’è una palla ovale o un incontro di cricket. 

QUELLA SFIDA NEL 2006….

Noi italiani ce la ricordiamo bene l’Australia ai mondiali. Correva l’anno 2006, gli Azzurri vincitori del girone agli ottavi devono fronteggiare proprio i Socceroos, squadra parecchio scomoda. La partita non si schioda dallo 0-0, e quando ormai i supplementari sembrano cosa certa, al 95′ arriva l’episodio che forse è stata la sliding door decisiva per il trionfo la Nazionale italiana. Grosso sfrutta un po’ di spazio lasciato dagli Australiani, salta Bresciano ed entra in area dalla sinistra. A quel punto bisognerebbe mettere il pallone in mezzo, rasoterra, e sperare in Iaquinta. Ma davanti c’è il difensore Neill, che si butta in scivolata in anticipo per tentare di intercettare il pallone. Grosso non effettua il cutback ma esegue una finta che manda a vuoto Neill. Leggero contatto tra la schiena del numero 2 australiano e il terzino azzurro, che forse anche per la stanchezza si lascia andare e cade a terra. Per l’arbitro spagnolo Medina Cantalejo è rigore. Dubbi? Sì. Ce ne importa qualcosa? Onestamente, no. Dal dischetto va Totti, il numero 10. La regia ci regala un primo piano da brividi del Pupone: il suo sguardo, glaciale, impavido, degno di un pistolero del Far West pronto a duellare. Fischia l’arbitro, Totti calcia: pallone sotto l’incrocio, Italia ai quarti di finale. E il resto è storia. 

Dopo una nostalgica digressione sul mondiale 2006 (sigh!), torniamo a parlare di quello per cui siamo qui. 

MA PRIMA E DOPO IL 2006?

L’Australia del mondiale tedesco è stata molto probabilmente la migliore della sua storia. Una generazione d’oro che annoverava tra le sue fila giocatori come Tim Cahill, Mark Bresciano, Harry Kewell e Mark Viduka. 

Ma quella del 2006 per i Socceroos era solamente la seconda partecipazione ad un campionato Mondiale. L’unico precedente fu nel 1974, sempre in Germania. Mentre invece ai successivi appuntamenti l’Australia non è più mancata: con il mondiale di quest’anno ha raggiunto 6 qualificazioni consecutive, seppur poi arrivando al massimo nuovamente agli ottavi di finale (nel 2022). 

LA FUGA STRATEGICA DALL’OFC

Geograficamente l’Australia fa parte dell’Oceania. Calcisticamente, lo è stato fino al 1 gennaio 2006, giorno in cui la Federazione Australiana è migrata verso la AFC, ovvero la confederazione del continente asiatico. Per quanto si tratti di un evento eccezionale, le trattative in realtà non furono particolarmente complesse. Nel 2005 l’Australia ottenne abbastanza rapidamente il benestare di AFC, OFC ed ovviamente della FIFA. In fondo, era conveniente per tutti. In primis chiaramente per l’Australia, spinta principalmente da due motivi. Il primo era il livello tecnico delle nazionali OFC, che la Federazione Australiana riteneva troppo basso: certo, i Socceroos dominavano in lungo e in largo nel continente, ma si trattava di un dominio fine a sé stesso. Giocare contro squadre nettamente inferiori non dava nessun beneficio al livello del calcio australiano. Affrontare avversari un po’ più competitivi era diventata una necessità per poter far crescere il movimento. Vincere gare con risultati tennistici era pressoché inutile. Addirittura l’Australia detiene uno dei risultati record nell’ambito delle nazionali: la vittoria per 31-0 contro le Samoa Americane nel 2001, in una gara delle qualificazioni al Mondiale 2002. 

Il secondo motivo che ha portato al trasloco nella AFC è strettamente collegato al primo. Perché sì, l’Australia vinceva, ma oltre a non trarre vantaggi in termini di crescita, non aveva nemmeno la certezza di partecipare ai mondiali. Fino all’attuale edizione, infatti, per la OFC non era riservato nessun posto direttamente dalle qualificazioni continentali: la nazionale vincente doveva infatti passare anche per gli spareggi intercontinentali, spesso incontrando una delle sudamericane, nettamente superiori. Giocoforza, c’è voluta la generazione del 2006 per interrompere un digiuno mondiale di 32 anni. Proprio quelle qualificazioni furono le ultime disputate nell’ambito OFC.  Dal passaggio alla AFC, che aveva più posti riservati, l’Australia non ha più mancato un appuntamento. 

Dall’altro lato, l’ingresso dell’Australia era conveniente anche per la AFC, che avrebbe alzato il livello del calcio asiatico e portato notevoli vantaggi dal punto di vista commerciale. Così come l’OFC accolse di buon grado l’addio, che significava lasciare più spazio per le altre nazionali, soffocate dallo strapotere australiano. 

DA WOGBALL A SOCCER

Per decenni il calcio in Australia è stato uno sport marginale. Chi ha contribuito alla diffusione di tale sport sono stati i tanti immigrati europei, che a partire dal dopoguerra si sono stabiliti in Australia. La popolazione locale non vedeva di buon occhio questo sport, considerato peculiarità degli stranieri. Proprio per questo gli australiani denominarono il calcio “wogball”, dal termine “wog” che si usava per definire con accezione negativa gli immigrati. Ma, come detto, sono stati proprio loro col tempo a introdurre il calcio nella cultura australiana, facendo ricredere un popolo scettico, che alla lunga ha cessato di definirlo con quel termine dispregiativo. 

LA CRESCITA DELLA A-LEAGUE

Dalla stagione 2004-2005, la Federazione Australiana decise di riformare completamente il campionato locale. Venne introdotto un moderna sistema a franchigie in stile americano, senza retrocessioni e promozione. Se prima le squadre del campionato erano per lo più espressione delle varie comunità straniere (come, ad esempio, il Marconi Stallions simbolo della comunità italiana) con la nuova struttura si passò ad avere più squadre “neutrali”, legate prevalentemente alle varie città. L’obiettivo era quello di avvicinare maggiormente al calcio la popolazione locale, che non era particolarmente attratta dai vecchi team dei sodalizi stranieri. 

Nel primo periodo, la nuova A-League aveva l’obiettivo primario di espandere il marchio e attrarre tifosi, e le squadre cercarono in via prioritaria di portare nel campionato giocatori stranieri conosciuti al grande pubblico. Su tutti ricordiamo Alessandro Del Piero (Sydney FC) e David Villa (Melbourne City). Addirittura, anche se più recentemente, siamo stati ad un passo dal vedere in A-League l’atleta Usain Bolt. Il supercampione giamaicano trascorse un periodo di prova ai Central Coast Mariners, disputando anche qualche amichevole in cui fece pure gol. Tuttavia, non fu mai tesserato ufficialmente e il suo tentativo di carriera nel calcio tramontò di lì a poco.  Passato il periodo iniziale, le squadre della A-League, soprattutto negli ultimi anni, hanno cominciato ad investire sulle strutture e sui settori giovanili, con l’obiettivo di mandare i giovani più promettenti a crescere nel calcio europeo.  A testimonianza del potenziale del territorio australiano è la presenza del City Group, che controlla il Melbourne City dal 2014. 

Ad oggi la A-League è un campionato di livello discreto, tra i migliori dei paesi AFC.

IL CALCIO FEMMINILE: LE MATILDAS

Se il movimento maschile lo si può definire ancora in via di sviluppo, discorso diverso si fa per il calcio femminile. La Nazionale Australiana Women infatti da anni si trova in pianta stabile nella top 15 del Ranking Fifa. Le Matildas sono presenza fissa ai mondiali femminili, e sono state capaci anche di vincere la coppa d’Asia nel 2010, oltre ad arrivare per ben altre quattro volte in finale. L’apice del movimento femminile è stato il mondiale del 2023, ospitato proprio dall’Australia in compartecipazione con la Nuova Zelanda. Nell’occasione le Matildas hanno concluso la competizione in semifinale, classificandosi poi al 4°posto dopo aver perso la finalina contro la Svezia. 

IL FUTURO

Il calcio australiano pare senz’altro in rampa di lancio, pronto a spiccare il volo in un futuro non troppo lontano. Se lo sviluppo dei settori giovanili avrà il suo effetto, presto potremmo vedere i Socceroos con un roster formato quasi interamente da calciatori militanti nei top campionati del mondo. 

La A-League, come detto, è un buon campionato e ha margini di crescita, ma bisognerà scegliere se privilegiare la nazionale con la fuga dei giovani oppure se trattenerli più a lungo per incrementare il livello delle competizioni locali. 

Verosimilmente, la vera sfida però rimane quella di raggiungere i livelli di popolarità degli sport ad oggi più diffusi nel Paese.